Tra le luci calde di Cisterna bistrot una serata per appassionati wine lovers: protagonista la Cantina Borgogno, icona della produzione enologica langarola.
Nel cuore antico di Napoli, il Barolo di Borgogno si è raccontato tra storie di vigne e uomini visionari. Tra le luci calde di Cisterna bistrot, quella di giovedì scorso è stata una serata all’insegna del sincretismo cultural gastronomico: sei piatti campani e altrettanti vini piemontesi. In cucina il giovane chef Vincenzo Diano, in sala – per l’occasione – Maria Giovanna Migliore brand ambassasor della storica cantina ha accompagnato la narrazione dei vini, con aneddoti, curiosità e approfondimenti.

Fondata nel 1761 a Barolo e dal 2008 di proprietà della famiglia Farinetti, la Cantina Borgogno è una delle più antiche del Piemonte e riferimento della tradizione enologica langarola. I vigneti si trovano in cru storici come Cannubi, Fossati e Liste. Fermentazioni spontanee, lunghe macerazioni e affinamento in grandi botti di rovere, danno corpo a Barolo classici di grande spessore, noti per longevità ed eleganza. L’azienda negli ultimi due decenni ha puntato su sostenibilità e agricoltura biologica, senza perdere di vista la tradizione.

E veniamo alla cena. Il benvenuto al tavolo è stato scandito dallo spumante Alta Langa Brut DOCG Fontanafredda abbinato allo choux ripieno di Robiola delle Langhe, limone di Sorrento e friarielli in polvere ha aperto il percorso gastronomico ben costruito dallo chef che ha saputo affiancare a ingredienti tipicamente partenopei sapori e ricette piemontesi. Come il baccalà fritto su crema di fagioli e bagna cauda che ha visto nel bicchiere il Timorasso Derthona 2024 dal colore giallo limpido e intenso. Una piacevole sorpresa e un abbinamento centrato: un bianco secco, al naso ricco di note fruttate e sentori floreali di fiori di acacia e miele. In bocca si rivela ampio e persistente, la bella struttura e la gradazione alcolica elevata ne fanno decisamente “un rosso con il cappotto bianco”.

Il nebbiolo è sceso in campo con le tre portate principali: ecco i ravioli del plin ripieni di mozzarella di bufala, con sugo d’arrosto e gel di Barolo, accompagnati dal Langhe Nebbiolo No Name, calice di grande struttura e atto di protesta.

<<No name, senza nome, è un’etichetta di protesta, voluta da Oscar Farinetti per raccontare un eccesso di burocrazia nell’applicazione del Disciplinare di produzione. Nato come Barolo, da uve provenienti da vigne pregiate e vinificato secondo tradizione, il vino fu bocciato dalla commissione degli assaggiatori. Farinetti ne fece un caso e colse l’opportunità: No Name è diventato un vino di successo, un Barolo che non si chiama Barolo, un Nebbiolo di altissima qualità che offre un’esperienza sensoriale simile, ma costa meno di un Barolo>>.

Tra memoria sabauda e tradizione campana anche i tajarin serviti con ragù di agnello Laticauda: lo chef ha abbinato alla storica pasta piemontese la carne simbolo dell’Appennino campano, in abbinamento al Barolo Borgogno 2024. Non poteva mancare un altro omaggio al Piemonte: la guancia di manzo brasata al Barolo, con purè e tartufo servita con il Barolo Liste 2019, il Barolo per antonomasia, colore rosso granato, con tannini eleganti e lunga persistenza.

Il gran finale è stato dolce, intenso e suadente al palato: il Barolo chinato da un’antica ricetta segreta di Casa Borgogno degli anni ’20 abbinato alla torta caprese alla gianduia e nocciole piemontesi IGP.
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Napoletana, giornalista indipendente dal 1998. Dal 2000 al 2017 ha scritto per il Gruppo Espresso La Repubblica e per altre testate di editori nazionali. Scrive di viaggi, luoghi e storie singolari per Dove, per il settimanale Donna Moderna e per testate internazionali. Seguitissimo anche il suo blog www.donatellabernabo.it
Nel 2008 ha ideato Wine&TheCity ed è direttore della testata.






