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Non chiamatelo Prosecco, racconto della prima serata di un Salotto per Bacco

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Tutto quello che avreste voluto sapere sulle bollicine e non avete mai osato chiedere: cuvée, metodo Charmat, fermentazione in autoclave, brut e millesimati. Ed ancora tutto quello che non dovete fare o dire con un calice di spumante. “Non chiamatelo Prosecco” è stato il tema della nostra prima serata di Un Salotto per Bacco, il primo incontro dedicato ai nostri “racconti etilici semiseri” per conoscere un po’ di più cosa c’è nel bicchiere divertendosi tra amici. Ad accoglierci una bellissima casa, tra quadri d’autore e design; a raccontare il vino il Delegato Ais di Napoli in persona, Tommaso Luongo, e in degustazione tre etichette interessanti, espressione di diverse regioni vitivinicole e metodi di produzione. E in abbinamento i deliziosi maki e rolls di Mame Ostrichina tra sentori di zenzero, avocado, tonno e salmone e uova di pesce volante.

<Quante volte vi è capitato di ascoltare all’arrivo in un ristorante la fatidica domanda: un bel prosecchino per iniziare?>. Orrore! Il Prosecco è un grande orgoglio italiano, ma attenzione non tutti i vini frizzantini sono Prosecco. Ma poi cos’è il Prosecco? Un vino, un territorio, un vitigno? Abbiamo iniziato così la nostra serata, sfatando luoghi comuni ed errori grossolani da non compiere mai. Poi nel bicchiere abbiamo versato il primo vino: l’Asprinio di Aversa, etichetta Trentapioli di Salvatore Martusciello. Un vino, ma soprattutto una bella storia, quella dell’alberata, di vecchi contadini che si arrampicano come ragni a raccogliere le uve fino a quindici metri di altezza. Un patrimonio vitivinicolo e umano in via di estinzione. Con l’Asprinio di Aversa abbiamo così rotto gli indugi, rinfrescato il palato e riscaldato la conversazione. In maniera semiseria ecco allora la differenza tra metodo Martinotti- Charmat e metodo Classico, giusto per fare chiarezza, ovvero la rifermentazione in autoclave e quella in bottiglia. E poi via discorrendo di lieviti, molecole olfattive, perlage e salivazione…<Per carità mai roteare un calice di spumante>, ammonisce la nostra guida.

Pronti al secondo vino, si stappa Altamarea, lo Spumante Brut di Ciù Ciù, bella cantina delle Marche che vinifica, tra gli altri, uno dei vitigni autoctoni di questo territorio: il Passerina. Ecco allora nel calice un altro spumante da uve italiane, metodo Martinotti: il colore è paglierino chiaro brillante, la spuma morbida e il perlage fine. Al naso – ci guida Tommaso – si sentono fiori e frutti freschi, in bocca esplode la freschezza. La serata si conclude con il Trentodoc, lo spumante metodo classico di montagna. Nel bicchiere arriva il 51, 151 di Moser, la cantina del campione Francesco Moser e di suo figlio. I lieviti si sprigionano potenti nel calice, la rifermentazione in bottiglia si riconosce subito. Persistente al palato, il perlage è fine, come aghi di spillo, piacevolissimo. Un gran finale per questa prima serata di Un Salotto per Bacco che ci porta tra le montagne del Trentino e a ricordare il record dell’Ora di Francesco Moser a Città del Messico, nel 1984. Quante cose accadono in un bicchiere, quante storie racconta un vino. Ma si è fatto tardi. È ora di andare. Ci vediamo il 20 febbraio a dissertar di rossi.

 

Le foto sono di Gabriella Imparato

 

 

 

 

 

 

 

 

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