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Chilometri diVini: Poderi Sanguineto, Montepulciano

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Continua la nostra rubrica Chilometri diVini sui territori del vino a cura di Assunta Casiello, avvocato, sommelier e wine trotter. Con lei oggi incontriamo Patrizia e Dora di Poderi Sanguineto a Montepulciano, Toscana.

Sassolini e terra rossa, sotto le mie scarpe, così si presenta la collinetta di Acquaviva, poco distante da Montepulciano, forse a non voler dimenticare il sangue che pare sia scorso proprio su questa terra durante una cruenta battaglia fra Etruschi e Romani, e da qui, anche il nome dei Poderi, appunto, “Sanguineto”.

L’excursus dei Poderi che, invece, oggi è di Dora e Patrizia, nasce ad un tempo, dal papà di Dora, Federico Forsoni, che nel ‘58 acquista i primi 30 ettari, ma lei animo ribelle della famiglia, e ultima di 9 fratelli, vive dapprima tutto il suo spirito facinoroso vagando e girando il mondo negli anni, fino a quando, poi, il richiamo della terra natia la riporta di nuovo su quelle colline con la sua prima bottiglia datata 1997.  A quel punto gli ettari diventano 50 di cui solo sei vitati. Dora recupera le vecchie viti, rinnestandole e ordinandole in sesti d’impianto, tra autoctoni ormai dimenticati come il Mammolo e il Grechetto (qui chiamato pulcinculo) e i sempre presenti toscani Prugnolo Gentile, Malvasia, Trebbiano e Canaiolo nero. Filari del ‘35, che oggi scoppiano di salute si mischiano a filari messi in produzione negli anni ’80.

Bene, questo è tutto quello che ho visto dal cortile dei Poderi appena scesa dalla mia auto, ma non riesco a far scorrere l’immaginazione oltre, che dal finestrino di una Cheyenne, appena messa in moto, spunta la testa di Dora che interrompe ogni forma di pensiero onirico: “Vado a fare una consegna, aspettami qui”.

Diretta, perentoria, manco quella non fosse stata la prima volta che io avessi incrociato i suoi occhi, azzurri, piccoli e vispi. Questa quasi destabilizzazione viene sopperita da Patrizia, l’anima silente del Sanguineto (oltre che commerciale ed amministrativa) che nel mentre esce dalla cantina e viene a salutarci.

Eliminati anche con lei finti convenevoli si era già con un calice a chiacchierare. Nessuna presentazione, se non il vino a presentarsi e a presentarci.

La mia visita è iniziata e terminata totalmente in sala degustazione. Non per scelta, ma perché alla fine in quei 5 metri, l’alchimia tra vino e affinità elettive è stata così stringente che non si è sentito neppure la necessità di parlare di tecnicismi, di terreni, di pratiche culturali. Questa volta il vino ha raggiunto appieno il suo scopo, la convivialità.

Bianco Toscana IGT 2019

Patrizia, senza se e senza ma, apre una bottiglia e lascia scorrere il liquido nei calici. Non ha nessuna necessità di parlarne. Pare che la mescita sia il movimento più naturale che abbia per le sue braccia. E io ancora una volta, percepisco di quanto quest’ azienda sia fuori dai comuni circoli aggregativi.

Frutto di cinque diversi vitigni, due tipi di malvasia (bianca e verde), il “famoso” pulcinculo (ormai quasi estinto. Penso che solo Sanguineto e pochi altri in zona ne siano ancora i templari) trebbiano toscano e biancame. Un consistente giallo dorato, tanto da aver creduto che macerasse sulle bucce (almeno qualche ora) e invece, no. E profuma di rosmarino, di biancospino, e poi di sassi, di fiori selvatici, con una balsamicità dolciastra che pare un intruglio di melissa e resina. Un aggettivo per il suo naso: sinfonico. Uno per il suo sorso: vibrante. Ma tanto è il suo dinamico quanto la sua perentorieta’. Non passa in sordina con quella nota calda (a tratti alcolica, 14° e non sentirli). Materico e salmastro. Un vino bianco senza filtrazioni né chiarifiche, questa mi pare l’esatta descrizione anche delle due donne appena conosciute.

Rosato Toscano IGT

Rientra Dora dalle sue consegne e noi nel frattempo siamo al secondo vino, un sangiovese rosato di poche migliaia di bottiglie, visto che “Prima per me, poi se c’è per te”, questa la schiettezza di Dora. E per quest’annata di sole 4000 bottigle direi che, per come va giù in fretta, è solo per Dora e Patrizia. È un “Vino della casualità”: nel 2016 un bancale di uve raccolte era fermo in cantina da tre giorni a causa della pioggia e del maltempo. Troppo tempo, per Dora, per poter essere utilizzato nel suo Nobile. E allora che si fa? Si prova a fare un rosato. La ‘17 non ha visto annata, forse mancava la casualità, così come la ‘19. Quindi cerchiamo di non abituarci a questo vino. E’ affidato al caso. Pare un calice in cerca di identità, un rosato che vuole diventare un rosso, cerasuolo intenso, dal sorso caldo e sapido. Sa di caramelle gommose e di fragola. Ad averne. 

 

Rosso di Montepulciano DOC 2018

E’ Dora che stappa questo Rosso, quello che alla cieca, aveva reso visibile l’invisibile, fatto da vigne iscritte alla denominazione Nobile e poi declassate: in pratica sono le stesse uve (80% sangiovese 20% canaiolo e mammolo) che vengono però maturate un anno in meno del Nobile, restano quindi “soltanto” 12 mesi in grandi botti di legno. Il Rosso, da Disciplinare, in realtà potrebbe affinare molto meno, ma la spiegazione di Dora è semplice: “Diceva mio padre, pane di un giorno e vino di almeno un anno se vuoi stare bene con la salute”. Mi sembra chiaro come concetto. Mentre lo versa, guardo le sue braccia esili, che mostrano tutti i segni delle vendemmie, ma quelle rughe sorridenti lungo i lati degli occhi mostrano, invece, la gioia di quelle vendemmie. Il pensiero viene interrotto da un profumo impattante: frutti di bosco, susina, prugna e una nota balsamica e mentolata. Sostiene tutta la struttura olfattiva una nota animale di finezza incredibile. Difficile descrivere la “verità”, questo sorso pare saperlo fare meglio delle parole: la verità è diretta quanto il sapore che avverto, è impattante quanto questo sorso caldo, ma è contemperata quanto la freschezza nella deglutizione. 

 

Rosso di Montepulciano DOC 2017

Una nota sapida molto pronunciata e primi accenni di liquirizia. Anche qui “sento” la verità, questa volta meno intensa dalla ‘18. Forse più rustica, ma è esattamente quella del territorio. E questo è quanto. Perché questo sorso non potrebbe essere di certo Carla Fracci, altrimenti non sarebbe una 2017. Annata difficile e travagliata in Toscana, e come tale riporta segni e ricordi di quel che è stato. Provo a chiedere a Dora qualche tecnicismo: trattamenti e simili, ma continuo ad essere “ignorata”. Mi arriva sempre di più la sensazione che questo Podere sia l’antitesi dell’enologia. Forse qui intesa come qualcosa di artificiale. Ed effettivamente mi bastano pochi assaggi per capire che qui c’è solo la mano non cadenziata della terra e quella abile, a volte nervosa a volte elegante di Dora. Impossibile cercare linee guida in questi vini.  In ogni sorso vivo un’annata e un vitigno.

Il Nobile di Montepulciano DOC 2017

Il Nobile è il fratello maggiore del Rosso, stesso uvaggio, stessa fermentazione e stesso affinamento, solo che ci rimane un anno in più in botte. La ‘17 mi pare ancora un po’ giovane in bottiglia, ma farà grandi cose da grande. Sembra semplice all’inizio, poi cresce, vorrebbe assestarsi, e invece continua ad essere mutevole. Un’ espressione di Nobile che mai avevo incontrato nella zona. Beva che travolge per la sua delicatezza, poi in retronasale speziatura e balsamicità, e infine di nuovo la tensione. Graffiante. 

Nobile di Montepulciano Riserva DOCG 2015

Se è vero che la storia in vigna ogni dieci anni si ripete, non me ne vogliano allora le guide di Slow Wine, che in una degustazione alla cieca di riserve 2005 utilizzarono queste parole per il Nobile di Sanguineto e che io sento di far mie anche per questa 2015 “Naso soffuso e floreale, quasi dolce, dai toni di pesca gialla con sfumature agrumate, bacche di ginepro, terra, delicato nella sua ricchezza fruttata. Il tannino è ben risolto e carezzevole, notevole il sapore e completamente rilassata la dinamica, chiusura pulita e senza sbavature. Vino di rara compiutezza e discrezione, privo di eccessi, che dimostra classe, stoffa, e bevibilità estrema”

Vino nobile, nobile quanto lo sono le due anime di Sanguineto. 

Slow Wine Magazine

Calici finiti, liquidi sospesi tra corpo e anima e occhi che continuano ad incrociarsi e a parlarsi. Il modo di vivere il vino che ho percepito in queste due donne è impregnato di spiritualità profonda. Amore in ciò che si fa come risultato ultimo di un prodotto naturale, quasi odio, invece, per chi mira a raggiungere risultati che violentano l’esistenza naturale.

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