Il racconto di una famiglia, di tre aziende e di vini che parlano di identità, storia e visione.
Racconto, misura e piacere hanno scandito la bella tavola al ristorante CrudoRea Napoli in occasione dell’incontro con Lorenzo Palla, titolare di Loredan Gasparini, Ronco Blanchis e Distilleria Negroni, lo scorso 27 maggio.
Il percorso ha preso forma con una naturalezza tutt’altro che casuale: prima il Prosecco di Asolo, poi gli champagne, quindi i bianchi del Collio, i rossi del Montello e, in chiusura, il Negroni. Un ordine nitido, quasi musicale, che ha accompagnato il pranzo senza mai appesantirlo, lasciando che fossero i vini a dettare il tempo e la cucina a seguirli con intelligenza.

A guidare il racconto c’era Lorenzo Palla, presenza sobria, mai invadente, capace di restituire alle bottiglie il loro peso specifico: quello di vini che nascono da una storia familiare, da un territorio preciso, da una visione che tiene insieme identità e sguardo lungo. Attorno a lui, e dentro il bicchiere, prendeva forma un piccolo atlante di casa Palla: il Montello di Loredan Gasparini, il Collio di Ronco Blanchis, la traiettoria dei distillati di Negroni. Realtà diverse, certo, ma tenute insieme da una stessa educazione al gusto.

Il primo vino, la Cuvée Indigena, è stato un’apertura felice. Un vino particolare, in qualche modo nuovo nel segno ma antico nel gesto, perché nasce da un metodo ancestrale e da una fermentazione spontanea che cambia di anno in anno, senza mai ripetersi davvero uguale a se stessa. È anche per questo che la Cuvée Indigena non cerca una fissità di stile: può mostrarsi più tesa, più asciutta, talvolta più vicina a una lettura brut, altre volte con un profilo più morbido, quasi extra dry. È un vino vivo, e la sua identità sta proprio in questa libertà vigilata, in questa capacità di restare fedele a se stesso senza mai essere identico.

Dentro quel primo calice c’era anche un frammento importante di storia del territorio. La famiglia Palla ha avuto infatti un ruolo fondamentale nel riconoscimento dell’Asolo Prosecco Superiore DOCG, che produce dalla metà degli anni Settanta, e conserva ancora la prima fascetta di Stato. Un dettaglio che vale molto più di una memoria d’archivio: dice la profondità di un rapporto con queste colline e restituisce la misura di una presenza che ha contribuito a costruire identità, non soltanto a imbottigliare vino.

Gli champagne sono entrati nel percorso con piena legittimità, e non come parentesi ornamentale. La famiglia Palla li importa da tempo e li ha inseriti in degustazione come parte di una visione più larga del bere bene, in cui il confronto tra territori diversi non indebolisce il racconto, ma lo arricchisce. Giancarlo Palla, padre di Lorenzo e ancora oggi figura viva di questa storia, è stato il primo a importare in Italia la Maison Drappier. Un primato che dice molto: non soltanto competenza, ma curiosità, intuito, desiderio di portare in Italia una certa idea di champagne, più autentica, meno prevedibile. In tavola, questi vini hanno fatto da cerniera perfetta tra l’inizio e il resto del percorso, aprendo il palato a una tensione diversa.
Dal Montello al Collio il passaggio è stato netto e armonioso insieme. Con Ronco Blanchis il registro si è fatto più essenziale, più lineare, e proprio per questo molto elegante. Il Friulano 2023 ha portato nel bicchiere freschezza, sapidità, precisione. Il Blanc de Blancs Riserva 2020 ha allargato la prospettiva con una tessitura più profonda, accompagnando con discrezione il pranzo verso il suo tratto più strutturato. Con questi vini, e con gli champagne che li avevano preceduti, i crudi hanno trovato la loro collocazione più naturale: piatti nitidi, marini, giocati sulla purezza della materia e sulla freschezza del gesto, con il gambero tra i protagonisti di un avvio luminoso e ben calibrato.

Poi sono arrivati i rossi, e con loro la parte più densa del racconto. Il Venegazzù 2021 ha riportato nel bicchiere la sostanza del Montello, ma è stato il Capo di Stato a segnare davvero il passaggio. Nato nel 1964 dalla selezione delle uve migliori della vigna più vecchia dell’azienda, la vigna delle 100 piante, il Capo di Stato porta con sé una storia nota e ancora irresistibile: quella dell’assaggio che conquistò Charles de Gaulle, al punto da fargli credere di trovarsi davanti a un grande Bordeaux. Ma più ancora dell’aneddoto, colpisce la continuità del suo carattere. È un vino che non ha bisogno di dimostrare nulla: entra in scena e cambia l’aria.
Anche la sua immagine racconta molto. L’etichetta del Capo di Stato, firmata da Tono Zancanaro, esiste in due versioni: quella più consueta, con un Bacco maschile tra le rose, e quella più rara, stampata solo in occasioni speciali, che raffigura invece una figura femminile, quasi una dea del vino. Due volti per una stessa icona, due modi di tenere insieme arte, simbolo e riconoscibilità. Non sorprende allora che sia rimasta viva l’usanza di donare a ogni nuovo Capo di Stato due bottiglie, una per ciascuna etichetta: un omaggio che ha la forma della rappresentanza, ma anche quella di una memoria tenuta con cura.

Il confronto tra Capo di Stato 2021 e 2015 è stato uno dei momenti più belli del pranzo. Il 2021 si mostrava più teso, più giovane, ancora in cammino, ma già chiarissimo nella promessa. Il 2015, servito nel decanter, aveva invece quella profondità pacata che appartiene ai vini arrivati a una loro armonia. A quel punto la cucina di CrudoRe ha alzato il tono senza perdere misura, e il Soffritto di mare servito con il Capo di Stato si è rivelato un abbinamento sorprendente e riuscito, un incontro di struttura e sapidità che funzionava senza forzature.
Poi il finale, affidato al Negroni, non come semplice chiusura ma come ultimo tassello di un disegno coerente. Un sorso conclusivo, morbido e avvolgente, che riportava tutto a una stessa idea di ospitalità: quella che non separa il vino dal racconto, la bottiglia dalla persona, la tavola dal paesaggio. Ed è forse proprio questo che resta, più del singolo assaggio: la qualità dell’insieme, il modo in cui ogni elemento trova il suo posto e lo tiene con grazia.

Giornalista e amante del vino, è il trait d’union con le cantine e i produttori sparsi sul territorio nazionale.
















