Si vendemmia a Pompei

La prima raccolta delle uve nel sito archeologico con Feudi di San Gregorio.
La storia e il mito di Bacco tornano a prendere vita tra le antiche rovine ai piedi del Vesuvio. Con la celebrazione della Festa del Vino, ieri, il Parco Archeologico di Pompei ha dato ufficialmente il via alla prima raccolta delle uve, segnando l’ingresso nella fase produttiva di un innovativo progetto vitivinicolo.
L’iniziativa nasce da un partenariato pubblico-privato siglato il 29 novembre 2024 tra il Parco Archeologico e il Gruppo Tenute Capaldo, attraverso le storiche cantine Feudi di San Gregorio e Basilisco.
Non si è trattato di un semplice raccolto, ma dell’avvio di una vera e propria azienda vitivinicola biologica che nasce e cresce interamente dentro l’area archeologica, ridefinendo il connubio tra tutela del patrimonio e valorizzazione contemporanea.

Durante la Festa del Vino, i visitatori hanno potuto vivere un’esperienza immersiva, assistendo dal vivo alle attività di vendemmia e partecipando a visite guidate speciali all’interno dei filari. La giornata è stata arricchita da un momento conviviale unico: una degustazione che ha unito i vini di Feudi di San Gregorio al pane condito con Pùmpaiia, l’olio IGP prodotto direttamente dagli ulivi del Parco.
L’evento ha dato spazio anche ai prodotti della Parvula Domus – Fattoria culturale e sociale del Parco, un’iniziativa di agricoltura sociale che rappresenta l’anima contemporanea e inclusiva della produzione agricola interna al sito.

La Festa del Vino ha riproposto in chiave moderna gli antichi saperi legati a Bacco, dio della vite, della convivialità e della rinascita. Questo tema si inserisce perfettamente nella programmazione del Parco, che ha dedicato l’intero anno a esplorare la dimensione dionisiaca della Pompei antica, una scelta fortemente stimolata dalla recente e straordinaria scoperta, nella Regio IX (insula 10), del salone del Tiaso.
«Con questa prima vendemmia restituiamo a Pompei un pezzo fondamentale della sua anima e della sua storia quotidiana», ha dichiarato il Direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel. «Per noi la vite e il vino non sono soltanto elementi archeologici da studiare, ma costituiscono un patrimonio vivo. Veder rinascere la produzione vitivinicola tra le nostre domus e nell’area della Grande Pompei offre ai visitatori un’esperienza ancora più profonda, capace di far dialogare il passato con il presente».

La vendemmia di quest’anno ha interessato il nucleo storico del progetto: 14 piccoli vigneti custoditi all’interno delle Domus pompeiane, per un’estensione complessiva di poco più di un ettaro. Si tratta di 14 storie botaniche uniche, dove i muretti romani delimitano veri e propri microclimi che variano per esposizione, umidità e varietà. Qui si coltivano esclusivamente i vitigni a bacca rossa che i Romani già vinificavano duemila anni fa: Aglianico, Piedirosso e Sciascinoso.
A questo nucleo si è aggiunto, a inizio anno, un nuovo e importante impianto situato nell’area di Stabiae, nei pressi di Villa San Marco, fulcro del piano di valorizzazione della Grande Pompei. Questo vigneto – attualmente giovane e non ancora in produzione – è stato realizzato utilizzando il materiale genetico prelevato dalle viti centenarie di Feudi di San Gregorio in Irpinia. Nei prossimi anni, quando entrerà a regime, permetterà di estendere la produzione anche ai grandi vitigni bianchi del territorio: Fiano, Greco e Falanghina.
A guidare la ricostruzione scientifica delle antiche tecniche di coltivazione è il professor Attilio Scienza dell’Università degli Studi di Milano, che incrocia i dati storici e archeologici con la genetica, la botanica e l’agronomia moderna. «Pompei e la Campania sono un modello interpretativo di tutta la viticoltura italiana», spiega Scienza. «Pompei è un luogo unico, di confine e di frontiera. Il progetto vuole dimostrare come si possa ricostruire la viticoltura d’Italia partendo dal DNA, dal mito e dalla storia. Il rapporto tra archeologia, vite e vino sarà strategico per il turismo di qualità nei prossimi anni».

La gestione sul campo è invece affidata alle competenze agronomiche di Pierpaolo Sirch, responsabile di produzione di Feudi di San Gregorio e agronomo di fama internazionale. «Siamo in una fase di transizione e ristrutturazione delle forme di allevamento», ha commentato Sirch. «È stata un’annata meteorologicamente anomala in tutto il territorio per temperature e precipitazioni, ma siamo molto soddisfatti di aver dato vigore alle piante. Stiamo prendendo confidenza con i microambienti unici delle Domus, che offrono grandi prospettive».
Il partenariato si distingue nettamente da altre iniziative temporanee: si tratta di un progetto organico a lungo termine che mette a sistema le competenze del Parco (sviluppate anche grazie ai decenni di studi del proprio Laboratorio di Ricerche Applicate) e quelle del Gruppo Capaldo, coprendo l’intera filiera.
«Vedere le prime uve raccolte è un momento che aspettavamo da tempo e che sentiamo come una grande responsabilità», ha concluso Antonio Capaldo, Presidente di Feudi di San Gregorio. «Da questo primo raccolto comincia la storia produttiva di un progetto che dimostra come si possa investire con pazienza e visione sul valore culturale del vino, restituendo a Pompei il ruolo che ha sempre avuto nella civiltà mediterranea».
I prossimi passi sono già tracciati. Il piano prevede la realizzazione di una cantina di vinificazione e affinamento all’interno di un fabbricato nell’area di Stabiae, la cui inaugurazione è prevista entro la vendemmia. In quel momento, anche i nuovi impianti di Stabiae entreranno ufficialmente in produzione. Per completare l’esperienza immersiva dei visitatori, una parte dell’affinamento dei vini avverrà direttamente all’interno delle Domus storiche, chiudendo un cerchio temporale lungo duemila anni.










