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Vino&Archeologia al MANN

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Con questo racconto continua il nostro viaggio con Le Capere tra arte, archeologia e vino. Le Capere. Donne che raccontano Napoli è un progetto di Laura e Valeria, guide turistiche abilitate della Regione Campania, ma soprattutto donne appassionate della loro terra e con una grande voglia di raccontare ciò che molte volte è invisibile agli occhi dei turisti e dei napoletani stessi. Come “le capere”, le parrucchiere di una volta che acconciavano le teste delle nobildonne snocciolando aneddoti e pettegolezzi curiosi, oggi ci guidano con la loro verve alla scoperta di luoghi e itinerari insoliti in Campania. 

Profumato e speziato, arricchito con chiodi di garofano e miscelato con acqua, il vino è sempre stato protagonista sulle tavole di ogni tempo. Per i Greci e i Romani esso rappresentava un elemento di coesione, motivo di gioia nei contesti privati, ma indispensabile anche per celebrare vittorie militari. Non poteva mancare nei simposi greci in cui, unito a danze e canti conviviali, era l’elemento essenziale al quale, tramite il simposiarca, si legava tutta una serie di precise norme comportamentali. A Roma il vino perde questo elemento di sacralità, ma non la centralità ai pasti: su ogni mensa, riccamente addobbata in quanto simbolo anche di status sociale, non mancava un buon vino, come il Falerno o il Caleno di provenienza campana, ma anche un più modesto vinello Sabino – scrive Orazio a Mecenate – poteva servire a festeggiare un incontro tra amici. Il vino, invecchiato in genere dai tre ai quattro anni, era però ritenuto pericoloso: non era decoroso, per un buon cittadino romano, eccedere nel suo consumo al punto da perdere la capacità raziocinante e per questo non veniva mai bevuto puro -il merum-, ma sempre miscelato con acqua e profumato con miele, spezie e aromi vari. In più, come ricorda Ovidio, il più trasgressivo tra i poeti augustei, addizionato con essenze vegetali il vino poteva essere un afrodisiaco, senza contare che proprio tracciando col vino segni sulla mensa gli amanti usavano darsi appuntamenti segreti: ce n’era abbastanza perché alle donne, tra i tanti divieti ai quali erano costrette, fosse vietato berne; anzi, in età repubblicana, il pater familias, attraverso lo ius osculi, poteva addirittura controllare con un bacio se la moglie avesse osato bere a sua insaputa.

Benchè prodotto della terra e frutto del lavoro dell’uomo, il vino era strettamente legato al mondo divino: esso era infatti protetto da un dio, Dioniso per i Greci e Bacco per i Romani. Nei secoli è la divinità che ha goduto di maggiore fortuna nelle rappresentazioni artistiche. Soggetto iconografico prediletto per statue, mosaici e affreschi, non poteva mancare una sua raffigurazione nelle domus dei Romani. Bacco è infatti legato all’energia vitale e alla forza primigenia, al fluire intenso e vorticoso della vita. Con un calice di vino, vi portiamo oggi idealemente nelle sale del MANN, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, uno dei più importanti musei archeologici al mondo per ricchezza e unicità delle collezioni. Fu voluto da Ferdinando IV di Borbone che, sfruttando una struttura nata come cavallerizza, unì qui la ricchissima collezione Farnese ai reperti archeologici provenienti dagli scavi di Pompei ed Ercolano promossi da Carlo di Borbone.  Entrare in questo edificio del 1700 significa immergersi in una storia millenaria tra statue, affreschi, mosaici, monete. E tra questi tesori spicca proprio lui, il dio del vino e dell’ebbrezza, Dioniso. Nella sezione degli affreschi, tra enormi pareti staccate durante gli scavi e i cosiddetti “bei quadretti del re”, immagini più piccole che servivano ad abbellire le residenze borboniche, spicca un affresco in IV stile proveniente dalla Casa del Centenario di Pompei. 

Qui, nel larario (l’altare consacrato alle divinità protettrici della casa) del secondo atrio, la parete era abbellita con questo grande affresco raffigurante Dioniso completamente ricoperto di chicchi d’uva, con il tirso nella mano sinistra e un kantharos per il vino nella destra. Accanto al dio, centrale nell’immagine, un monte: forse il Nisa, dove secondo il mito sarebbe nato il dio, o, più probabilmente, il Vesuvio che, prima della fatidica eruzione del 79 d.C., pare avesse un’unica cima e fosse completamente ricoperto da viti.  Ma a Roma, e fin già dall’età ellenistica, il vino era anche strettamente connesso all’amore e alla pace e così i doni di Dioniso ed Eros erano spesso invocati per favorire amore, pace e serenità contro ogni male, soprattutto la guerra: lo fa anche Properzio, poeta elegiaco amante di ben altre battaglie, anticipando un famoso motto pacifista dei tempi moderni, “facciamo l’amore, non la guerra”.

E così, anche nell’arte, molto spesso uva e amore si uniscono assieme, come nel cosiddetto Vaso blu, esempio eccezionale, per raffinatezza di decorazione, di lavorazione del vetro. 

Decorato con la tecnica del vetro cammeo e lavorato a soffiatura, il vaso, delicatissimo e anche molto pregiato -essendo il vetro un bene di lusso nel mondo antico- è custodito nella sezione degli oggetti di vita quotidiana del Museo tra vetri, avori, argenti. Rinvenuto nel 1834 a Pompei in una tomba fuori Porta Ercolano, ha la forma di anfora vinaria sulla quale vi è una concitata scena di vendemmia: tra colonne e ghirlande si muovono gli amorini, bambini sacri al corteo di Afrodite, intenti non solo a suonare, ma anche alle diverse attività legate alla vendemmia, dalla raccolta alla pigiatura.    

Dalle mense ai simposi, dall’arte alla letteratura il vino è stato dunque un elemento centrale e determinante nella vita degli uomini. Garante di coesione e di serenità, ma soprattutto necessario per fronteggiare le sciagure umane e per celebrare la vita. Insomma, c’è sempre un buon motivo per bere e per esclamare, proprio come Orazio, nunc est bibendum! 

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Valeria Cacciapuoti

Laura Capozzi

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