Personaggi

Le interviste di Salvio Parisi: Ryan Mendoza

di Salvio Parisi

04 Ott, 2021

Wine o’ clock: 5 domande e 1 calice

Ryan Mendoza è un talento indiscusso della pittura e fotografia contemporanee con un piede in Italia tra Napoli e Catania e uno in quel di Berlino, statunitense iconoclasta e provocatore, artista impegnato e fautore/portavoce delle cause umanitarie e i diritti delle minoranze.

Ciao Ryan,
Bentornato a Napoli e bentornato a lavoro tra i tuoi shooting, le sculture e i progetti imminenti qui in Italia. Anzitutto ti offro un calice di vino dalla cantina Wine&TheCity: preferenze di tipo o etichetta? 
Molti anni fa ho conosciuto Jean Michel Cazes e il suo Château Lynch-Bages, una delle più famose tenute del Médoc: vini prestigiosi di fattura superba. Qualche tempo dopo a Napoli Jean Michel mi fece assaggiare un aglianico irpino, il “Rubrato” di Feudi San Gregorio: ricordo che lo trovammo subito strepitoso. Eravamo a metà anni ‘90 e sin da allora i suoi bordolesi Lynch-Bages e il Rubrato campano sono diventati i miei vini preferiti.

1995: dalla Grande Mela a Partenope, da New York a Napoli, passando per Parigi, Roma e Londra. In vent’anni vissuti prima in zona Museo e poi alla Sanità hai osservato, pensato e prodotto: cosa hai “cercato” e cosa hai “trovato” in questi quartieri così complessi ed eclettici? 
Condividevo casa al Museo con Pietro Marcello, che oggi è un cineasta riconosciuto (…il regista di “Martin Eden”), e Maurizio Braucci, che agli esordi era uno scrittore mentre oggi lavora come sceneggiatore.  Vivevamo “ngopp ‘o museo”, un posto sui generis, un’isola al di sopra della città, in un appartamento di fine ‘700 con stanze spaziose. Avevo conosciuto Marcello a Roma ed è stato lui a convincermi di venire a Napoli. Lui dipingeva, in qualsiasi momento: io avevo studiato pittura, ma non dipingevo e comprare gli attrezzi costava troppo, quindi lo osservavo: dipingeva sulla carta marmorizzata e io ne ero ipnotizzato. Volevo diventare uno scrittore come mio padre, poi capii che invece avevo il dono artistico di mia madre, che era abile col disegno. La mia scrittura era intensa ma non riuscivo a dare uno verso a quello che facevo. Volevo creare immagini e pensavo di diventare un film maker. Alla fine son diventato un pittore e Pietro un regista. Fui il primo dei tre ad avere un certo successo ed è per questo che decisi di finanziare il talento di Braucci con un congruo prestito. Poi mi trasferii alla Sanità e conobbi Meg dei 99 Posse, con la quale ho vissuto per qualche tempo in via San Nicandro. Un giorno accompagnai un mio amico americano lì vicino in un palazzo del 1725 per vedere un appartamento in vendita che lui voleva acquistare, ma appena entrammo fui io ad innamorarmene: mi sembrava fosse tutto ciò che un uomo possa desiderare! Ebbene l’ho comprata e restaurata con tanto tempo e danaro: ricordo sei mesi solo per risistemare gli scudi in legno delle finestre, originali dell’epoca. Ci ho vissuto a lungo, ci ho studiato e lavorato, amando quei luoghi e i miei lavori.   Ma poi ho deciso di venderla poichè avevo paura di un’eruzione del Vesuvio e perché avevo bisogno di soldi per finanziare il mio progetto della casa di Rosa Parks.  Solo in seguito ho acquistato un’altra casa in Sicilia, a Catania, sotto l’Etna, che è un vulcano attivo!.

L’asse Napoli-Berlino e quello Europa-USA sono stati di certo la radice di certi tuoi percorsi formativi, culturali e professionali: la Casa di Rosa Parks (con la storia della nota attivista di colore che dall’Alabama negli anni ’50 condusse una dura battaglia antirazzista) o «Almost Home» (che ripercorre il senso dell’abitare attraverso un recupero fisico e concettuale di “complementi” vintage partenopei) o ancora «Portal #2» (per un collettivo con sedici colleghi berlinesi) sono solo degli esempi relativi a questa tua perenne ricerca di libertà intellettuale ed espressiva, di giustizia e parità sociale. Come si amalgama e si equilibra l’estasi artistica con la denuncia umana e sociale in un progetto come ad esempio La Casa di Rosa Parks?
Ero assai depresso dopo l’11 settembre: la mia pittura era una denuncia “contro-americana”, contro gli stereotipi a stelle e strisce.  L’America ha approfittato dei fatti dell’11 settembre per mettere le mani su altro, come il petrolio o il mercato della guerra.  Aspettavo la “smoking gun”, l’evidenza del reato, ma non è mai venuta fuori. S’è sempre e solo parlato di Bin Laden: non c’è mai stato un processo, non s’è mai analizzata a fondo questa faccenda. Allora io sentivo che il mio lavoro era inutile e non potevo più urlare forte contro il sistema ormai marcio. Sono rimasto in Europa un po’ per protesta, un po’ perché mi sentivo …congelato! Così dopo la mia mostra al Madre, “I Posseduti”, ho voltato completamente le spalle alla politica. La mia prima idea del progetto Rosa Parks (che mi auguro tutti conoscano) partiva dal tentativo di portare una casa americana in Europa per sottolineare il disastro delle banche che sfrattavano (e sfrattano) dalle case le famiglie che non pagavano le tasse. Queste tasse non dovrebbero mai gravare sulle case! Se una persona non può pagare, non va in nessun modo privata del tetto: a mio avviso è un vero crimine.
Ho conosciuto i nipoti di Rosa Parks: avevano consapevolezza che la casa della zia Rosa stava per esser demolita. All’epoca avevo chiesto alla città se ci fosse una casa da salvare, ma mi risposero che non ce n’erano. A me sembrava impossibile: 80.000 case da abbattere, doveva pur essercene almeno una da salvare dove era vissuto qualcuno di importante. Anche se avessi dovuto pagare io la demolizione della casa, avevo bisogno di salvare anche solo un pezzo della casa da portare in Europa. Ma le amministrazioni non volevano “pubblicità” perché sotto tramavano un grosso business, che poi è venuto fuori.  Ho deciso di abbracciare la causa ma non di acquisire il bene fisico. La famiglia Parks acquistò la casa dallo Stato (per 500 dollari) e non io: non c’è un atto di vendita che mi riguardi. Suggerii agli eredi di donarmela per un’operazione artistica, così da poter dare visibilità alla storia. Loro l’han fatto, hanno accettato e m’hanno chiesto che se un giorno l’avessi venduta avrei condiviso con loro il il ricavo. Oggi Coca-Cola o Sony vorrebbero acquistare la casa… 

Il tuo amico Luigi Solito qui a Napoli non è solo l’editore e il gallerista per molte tue pubblicazioni e lavori sin dal 2008: il suo Spazio Nea in piazza Bellini e l’area espositiva al Lanificio sono un po’ il tuo quartier generale. Raccontaci il vostro rapporto professionale e umano.
Nel corso degli anni ho lavorato con tante gallerie, anche molto grandi, ma col passar del tempo mi rendo conto che preferisco le sfide, amo le scommesse e Luigi , che conduce la più giovane galleria di Napoli, ha l’entusiasmo e l’energia di un esordiente, un’energia che io stesso non avevo mai avuto prima. Amo il fatto che Solito crede in ciò che vede. Siamo sempre stati amici. L’unica cosa che gli ho detto è stata: “se tu vuoi fare una mostra con me, devi avere il coraggio di iniziare uno spazio che porti il tuo nome, non uno con un’identità non precisa, non uno spazio espositivo e bookshop o altro, insomma non un ibrido. Devi aprire uno spazio che ti dia la dignità che meriti!” E… l’ha fatto all’ex-Lanificio, con orgoglio, creatività e piglio imprenditoriale. È molto più semplice lavorare con gallerie più famose, ma con Luigi sento una freschezza nuova.

Progetti imminenti: «The Golden Calf» a Palermo, ad Arte Verona un progetto provocatorio e amaro sul ritiro delle truppe americane da Kabul, “Welcome Back to Afghanostan”, mentre a Napoli si sussurra che stai per inscenare un “secret art party”, uno shooting tra pietanze opulente e modelle voluttuose in una venue partenopea ancora incognita con un’atmosfera boccaccesca. Senza spoilerare, ci anticipi qualcosa di uno dei progetti?
Ritardi permettendo causa Covid, il 6 dicembre prossimo inaugurerà “The Golden Calf” (il vitello d’oro) al Palazzo Reale di Palermo: sulla facciata una videoproiezione mentre all’interno una scultura assai significativa. La storia di Mosè e del vitello d’oro, il culto per i beni materiali e le riflessioni sull’idolatria e il politeismo. Ho lavorato intorno alla figura di Federico II di Svevia e all’idea di lui come di un “raggio di luce pittorico” che nel 1100 lascia ai sudditi, alle persone la possibilità di dipingere, lascia entrare in Italia personalità come Giotto e Cimabue… Nel Palazzo Reale di Palermo ci sono anche dei dipinti arabi: magari sarebbero stati distrutti nei loro paesi d’origine poiché per l’islam il nudo non è concepibile. Ma grazie a Federico II, che pure era un eretico, tutto ciò non è avvenuto! La mostra è anche un tributo a lui: è anche grazie a lui se oggi abbiamo la possibilità di “vedere” il nudo, è grazie a Federico II …se oggi può esistere tik-tok!! Anche mia moglie Fabia (che da anni si occupa di arte, scrittura e videomaking) sta lavorando a un documentario che racconterà parallelamente questo mio complesso progetto siciliano.

Pietanze italiane o campane: cosa non manca mai alla tua tavola? Con cosa abbini di preferenza i vini che hai scelto?
Io sono vegetariano, quindi di sicuro non li degusto con una bistecca. Mangio legumi, zucca, pomodori o zucchine e faccio delle ottime pokè con i prodotti del mio giardino: è con questi che abbino volentieri i miei vini rossi, ma tranquillamente anche con riso e lenticchie o con un’orata.