Personaggi

Le interviste di Salvio Parisi: Maria Giovanna Paone

05 Mag, 2021

Wine o’clock: 5 domande e 1 calice

Maria Giovanna Paone, figlia d’arte di cotanto padre Ciro, da anni alla conduzione di Kiton assieme al cugino Antonio De Matteis. Donna di acume e singolare piglio imprenditoriale, è AD di uno dei più importanti brand di lusso che, dal 1968, parla di Italianità o ancor più di Napoletanità nel mondo della moda e dell’alta sartoria, condensando tutto in un irrinunciabile mantra: «il meglio del meglio più uno».

Ciao Maria Giovanna,  
quindici minuti di relax e conversazione. Ti offro un calice di vino dall’ampia selezione Wine&TheCity: preferenza di tipo o cantina? 
Un vino a cui sono particolarmente affezionata: Ottouve, il Gragnano di Salvatore Martusciello.

Da Arzano a New York, poi Milano, Fidenza, Biella e 50 flagship stores in Italia e nel mondo. Ti chiedo per primo come consideri e concili il mondo reale e quello digitale: da un lato la necessità di supervisionare luoghi e incontrare persone, dall’altro la generale tendenza di imprese e attività a potenziare e-commerce e social network. 
In quasi vent’anni di retail abbiamo lentamente e necessariamente sviluppato una rete di personale e management altamente specializzati per il dealing con un prodotto “fatto a mano” unico al mondo. Ma puoi immaginare che il back organizzativo e gestionale è stato da sempre affidato a un sistema informatico assolutamente complesso ed efficiente, costantemente aggiornato in base ai nostri processi evolutivi commerciali. Nella dinamica di uno storico rapporto one-to-one con la clientela dei nostri punti vendita, l’ecommerce non era una reale necessità o priorità per il network Kiton.
L’importanza della customer experience da poter raccontare con la visita aziendale ai processi di lavorazione artigianale e di alta sartoria è sempre stata al centro della nostra filosofia di commercializzazione. Ma con la pandemia abbiamo necessariamente accelerato il processo di digitalizzazione sia sul piano della vendita retail che quello di vendita on-sale ovvero in show-room e con la chiusura in questi mesi degli store tra Germania, Londra o Parigi abbiamo messo ancor più a punto il rapporto “digitale” anche con il cliente finale, considerando soprattutto il ruolo e la quantità del tempo che tutti mediamente trascorriamo on line. Quanto ai social ritengo che per i grandi nomi in questo momento sono luoghi di creativa narrazione del loro branding o di life style più che un catalogo di prodotto, come accadeva fino a qualche tempo fa…

Il vello di vicuña è considerato il tessuto più raro e pregiato al mondo: i vostri abiti ne sono fieri latori. Nel 1995 hai scommesso sulla linea donna, che oggi è un vostro fiore all’occhiello. Dal 2013 il Palazzo Kiton ex Ferrè in via Pontaccio a Milano è la finestra internazionale della vostra comunicazione. Ci racconti un nuovo goal o un progetto imminente? 
Se per un anno il mondo s’è immobilizzato, in questi ultimi mesi per contro si pensa con energia ad efficaci strategie di restart. In Italia stiamo lavorando al retail donna per alcune relocation su Milano e Roma: un nuovo woman store ad esempio nel quadrilatero di Montenapoleone, distaccando così la donna da via del Gesù, che è ormai considerata “la via dell’uomo”. All’Estero potenzieremo l’Oriente tra Cina Corea e Giappone, ma il nostro focus è ripartire negli Stati Uniti, ora che grazie all’amministrazione Biden la campagna vaccinale procede con solerzia. Lo smartworking ha svuotato gli uffici di New York e l’East Cost così come in California con trasferimenti di personale e professionisti in Florida e Texas. Siamo decisamente alle porte di un processo evolutivo post-pandemia che rimodula il concetto di localizzazione, prodotto e vendita: basti pensare ad esempio che per alcuni clienti in questo periodo abbiamo introdotto un metodo in remote di live videotour della collezione in negozio.

Da tempo avete declinato il vostro prodotto anche allo young consumer, mentre la vostra scuola interna di alta sartoria (gratuita), voluta da Don Ciro, continua a forgiare giovani artigiani, ambasciatori di un sapere senza tempo. Cosa vedi nel futuro remoto dell’alta sartoria? 
Il connubio tra generazione digi-tech e tradizione artigianale è indubbio: l’uno non esclude l’altro. La nostra linea KNT (Kiton New Textures), per l’appunto, è concepita da un team di giovanissimi ma segue l’esperienza e le direttive del nostro concept sartoriale e si dipana nello sportswear fino allo street e urban style.

Arte contemporanea e design d’interni sono due tue passioni che si respirano nella prestigiosa sede di Arzano: ti va di citare o descrivere qualche nome dalla vostra collezione? 
L’antiquariato col Settecento Napoletano e il modernariato italiano o internazionale con Castiglione o Ponti vivono nei nostri ambienti aziendali assieme ad alcune opere di Mimmo Paladino o quelle di Manlio Giannizzo, di cui Kiton è il più grande collezionista.

Progetti nel food (come nell’hotellerie) e collaborazioni di grandi chef come Nino Di Costanzo o Franco Pepe: da sempre date grande importanza alla buona tavola e al convivio. Cosa ci dici del calice che stiamo sorseggiando? 
È il nostro vino da tavola! È tradizione ormai che in Kiton a pranzo viene servito questo Gragnano: Ottouve è perfetto per le pietanze della tipica cucina napoletana che da noi amiamo preparare ogni giorno, vivace e piacevole, frizzante e vivace con una punta appena dolce che sposa bene ogni piatto nostrano. Sebbene io non sia un’assidua cultrice dei vini di rango, questo di Martusciello è senz’altro un vino di casa Paone!

 (Salvio Parisi)

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