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Chilometri Divini: Marino Colleoni di Podere Santa Maria

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Continua la nostra rubrica Chilometri diVini sui territori del vino a cura di Assunta Casiello, avvocato, sommelier e wine trotter. Con lei oggi visitiamo La Società agricola Marino Colleoni di Podere Santa Maria e andiamo alla scoperta dei territori dei vini toscani.

Se parli con certi produttori di “biologico” vedrai a mano a mano cambiare la morfologia del loro viso in una smorfia.
Se ti “fissi” a chiedere dei trattamenti in vigna a base di rame e zolfo, quella smorfia aumenterà ancora di più.
Se persisti, come è capitato a me con Marino Colleoni di Podere Santa Maria, ti sentirai rispondere che il vino che fa non dipende da lui, ma dalla natura.
Capisco, dunque, di quanto sia diventato incredibilmente “radical chic” oggi parlare di biologico e di biodinamico, con chi il vino l’ha sempre fatto come solo sapeva fare: naturale. A questo punto mi taccio e lascio solo al mio udito il compito di assimilare quanto più posso da quest’uomo.
La storia inizia a scriversi nel 2000, quando Marino si trasferisce a Montalcino con la moglie Luisa, e scopre che dai terreni acquistati già nel lontano 89’ spuntavano dei tralci di vite, un terreno, quindi idoneo per la coltivazione. Decide così di impiantare il Sangiovese Grosso, in 3 diverse zone per un totale di 3 ettari.

Le Vigne

Di fronte ai miei occhi, “Santa Maria”, dove a valle si guarda il Casentino e Siena. Nella Val d’Orcia, invece, ricca di creta, formatasi dai sedimenti marini di origine tettonica, c’è la sua seconda vigna “Selvarella”, e poi infine arriviamo alla sua sperimentazione e/o forse sarebbe più corretto dire alla concretizzazione del concetto di libertà della natura secondo Marino Colleoni: a sud di Montalcino, in località Sant’Antimo, su un’estensione di appena 3000 metri c’ è Brado: un vigneto “allo stato brado”.  Marino ha lasciato che il fusto delle viti si ingrossasse di circa 1 cm e mezzo, dopodiché non le ha mai più potate, lasciando che l’uva crescesse come e dove voleva.
In tutte le sue vigne si respira un ritorno all’antico: a mano a mano i filari stanno ritornano ad essere allevati con il guyot naturale (in gergo la cd. voltatoia alla toscana, quindi senza speroni di riserva). “In questo modo c’è molto meno antropizzazione”, mi spiega Marino, che per me, comune essere mortale, significa una maggiore esposizione solare per il grappolo.
E mentre scrivo, questo dovrebbe essere il tempo della cimatura, di trattori intenti a sfoltire le chiome e cesoie a consumare le lame, ma qui non c’è aria di tutta questa attività. Non solo oggi, ma mai. Vale per tutte le sue vigne: Chioma integrale è il dictat.Su questo punto Marino mi guarda e dice “ma perché io devo togliere quella femminella se è cresciuta, gli servirà a qualcosa? Come faccio a decidere io per lei?”.
Bhé a volte porsi le domande più semplici, quelle che riteniamo scontate, e per le quali, in realtà, non riusciamo mai a trovare una risposta, consente di ottenere i risultati più efficaci: l’assenza totale di cimatura permette alla pianta di produrre la giusta carica di energia, non maggiore, non minore, ma quanto basta e che solo la pianta, lasciandola libera di scegliere, può sapere quale sia. Il risultato di questo libero arbitrio è quanto di meglio si possa sperare: un grappolo più spargolo e acini meno acidi.
Questa concezione, sta, poi, per essere portata nella sua forma più aulica: in vigna Marino ha impiantato pali molto alti, così che i tralci possano crescere sempre più in altezza, e, appunto, senza mai cimare (al massimo quando le chiome iniziano a diventare un po’ un problema si “accapana”  cioè si prende il tralcio e lo si ributta sopra, come io quando provo a fare uno chignon insomma). Perché? Perché più la pianta è in alto maggiore sarà la sua esposizione al sole, e quindi energia. Non è poesia è agronomia, e qui direi Gianfranco Soldera docet.

I trattamenti

Arriviamo infine a questi famosi trattamenti in vigna dove mi paiono calzanti due termini di nuovo conio, almeno per me: 1) “Vado a medicare la vigna”questa è una frase molto utilizzata dai viticoltori toscani quando la pianta viene sottoposta a dei trattamenti, ma quello che, invece, vorrebbe Marino è di 2) “deospedalizzare la vigna”renderla cioè così autonoma ed in salute da far sì che non necessiti più di cure (e quindi di ospedali).

In ogni caso, per non rimanere troppo nell’aleatorio, i patogeni (soprattutto oidio, peronospora e botrite) sono contenuti utilizzando un “induttore di resistenza” che, simulando un attacco, nell’arco di 12 ore attiva il sistema immunitario della vite. La pianta utilizza i suoi stessi anticorpi per difendersi prima ancora di essere attaccata (un po’ come il vaccino per noi essere umani). Nessun trattamento a base di zolfo, invece, troppo caustico per lui.

Lasciamo la vigna e ci dirigiamo verso la cantina. Il mio pensiero va ad una parola: unicum. Quelle piante sono l’estensione della mente e del cuore di Marino Colleoni.

 

I Vini

 

 

In cantina, grazie anche all’aiuto del microbiologo Giacomo Buccioni, tutti i vini rossi fermentano allo stesso modo. Fermentazioni spontanee, ma sempre sotto l’occhio vigile di Marino, e una volta terminata la tumultuosa, se c’è qualche “puzzetta” allora qualche mg (1/2 grammi di solforosa al max per ettolitro) di solforosa viene inserito e permettetemi di dirlo, è cosa buona giusta, per la pulizia finale di un vino

La mia degustazione parte da un sangiovese in botte 2019 atto a divenire Brunello. Sarà sulle nostre tavole, solo dal 2024, come da Disciplinare che prevede 5 anni di affinamento in legno. Dunque di cosa diventerà non so dirvi, di quello che è già ora posso, invece, raccontarvi.
Un calice che firma la classicità del sangiovese, i suoi profumi fruttati e le note speziate accompagnano un tannino già gentile e di soddisfacente salivazione. Annata incredibilmente ricca la 2019. Ma la staticità non è, fortunatamente di questo mondo, e io sono per le attese, soprattutto quando ne vale la pena. Ne riparleremo nel 2024, so che avremo di cui parlare.

 

 

Sangiovese in botte – atto a Brunello di Montalcino

 

 

Brunello di Monatalcino 2015

Per questa annata, in commercio da quest’anno, le uve sono state raccolte da un unico vigneto, quello di Santa Maria. Fermenta ed invecchia in legno, in botti grandi di rovere. Due sono le scelte in cantina che differenziano Marino da molti produttori del Brunello: anzitutto non si fanno travasi da una botte a un’altra, il Brunello di Podere Santa Maria riposa sempre negli stessi tini e lì rimane praticamente fino all’imbottigliamento che avviene, quindi direttamente dalla botte (ovviamente eliminando il residuo feccioso che si è formato sul fondo).
Poi 7 mesi in bottiglia prima di metterlo in commercio, ed eccolo qui il mio sangiovese in purezza. Carico di un colore che riesco a definire anzitutto come “sano”, per quanto la materia colorante quasi pulluli di vivacità e di riflessi.
La china, poi le spezie “fuori luogo”: curcuma, curry, si distende al naso e si presenta una ciliegia sotto spirito, un leggero sentore di gas metano. Sorso elegante e austero a pari merito, un liquido che non si lascia intaccare più dal tannino e si impone per una maggiore acidità più che sapidità. Solo di una cosa sono certa: è buono.

 

Selvarella 2019

Selvarella è un IGT che sa dare filo da torcere a molti grandi vini di denominazione a mio dire. Fermenta in legno ed affina in acciaio. E’ un vino più “beverino” certo rispetto al Brunello, semmai dovessimo fare dei confronti (ma poi perché farli?), vive di salinità, di frutta polposa e fresca. Linea retta e verticale. Più rustico, ma di quella rusticità passionale che a volte serve nella vita. Glu glu.

Brado 2021 

Il prossimo anno uscirà con Brado, il suo vino “facinoroso”, da vigne appunto come vi dicevo allo stato “brado”.  Sangiovese puro sangue anche lui ma si differenzia dagli altri per l’aggiunta dei raspi in fermentazione. E’ una scelta avventurosa (il sangiovese, purtroppo, in questi nostri tempi non lignifica i raspi se non per qualche centimetro), e questo potrebbe trasferire nel vino un tannino verde. Nessuna macerazione. Si va direttamente alla svinatura.  Non vedo l’ora di festeggiare il capodanno quest’anno. Il 2021 riserva grandi sorprese.

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Di cosa ho capito, e sentito da questa degustazione, ve lo spiego partendo da una mia riflessione. Ho scritto su un foglio “VINO” e mi sono domandata aldilà dell’etimologia, se questa parola venisse realmente rispettata nella sua eccezione. Per il significato di come era stata concepita in passato o come dovrebbe esserlo anche oggi.  Nelle bottiglie di Podere Santa Marie penso ci sia il rispetto di questa parola.

Di cosa, invece, ho provato quando ho conosciuto Marino Colleoni e le sue vigne, ve lo spiego, in spregio alla privacy, riportando testualmente un messaggio che di getto ho inviato a Marino, dopo averlo salutato  ”Mi ha portato da te solo un calice del tuo vino e bevuto per caso. Ho sentito in quel calice qualcosa che mi spingeva a conoscerti. Non sbagliava quel calice”.

Io vi consiglierei di seguire sempre e solo i vostri calici.

Assunta Casiello

Ph Credits: Lorenzo Rui

2 risposte a “Chilometri Divini: Marino Colleoni di Podere Santa Maria”

  1. Massimo Alfredo Casiello ha detto:

    Un percorso linguistico così corposo e vellutato che ti ha fatto degustare virtualmente, i vini descritti

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